Feb 20, 2017 - POESIA    No Comments

Contro l’oscurità

SCOGLIO

Cerco luce incontro oscurità,

cerco risposte incontro  silenzio,

cerco Amore incontro Indifferenza,

cerco ordine incontro confusione,

cerco movimento incontro immobilità,

cerco  cambiamento incontro involuzione,

la vita evolve, noi evolviamo,

le abitudini uccidono le passioni,

la tranquillità spegne gli entusiasmi,

l’acqua spegne il fuoco,

l’onda infrange lo scoglio

la Volontà è padrona di noi,

le scuse imperano indisturbate

e il coraggio si nasconde dietro l’ipocrisia.

Verità,

la Coscienza

ti veste di abiti non Tuoi.

Amore,

amati tu che gli altri hanno da fare.

Coerenza,

rimani sorda,

muta,

cieca.

Feb 13, 2017 - libero scrivere    No Comments

Beethoven & Piazzolla al Teatro Bibiena Mantova

La musica ha il potere di allontanarmi

da me stessa .

Chiudo gli occhi e tutto accade

dentro di me

lontano da me.

Le note di Beethoven corrono

ed io con loro tra boschi verdi,

prati immensi, spiagge infinite,

scale interminabili e rido,

ma non so se sono bambina o donna,

so che sono felice e serena.

Sono leggera e non sento il peso

del corpo e dell’anima,

un velo trasparente sospinto dalla brezza marina

verso l’ogni dove nel tempo del mai.

Risultati immagini per teatro bibiena di mantova

Ludwig v. Beethoven: Trio op. 38

Obvlion sfiora le corde dell’anima con delicatezza,

gentilezza, pazienza perché sa che arriverà là,

in quel punto,

sì quello lì,

quello dove sorge l’emozione.

Scivola giù

fino in fondo

  raccoglie l’acqua delle tue lacrime,

le porta in superficie,

le porta alla luce del giorno

e te le mostra a mani nude.

E tu non puoi far altro che liberarle,

non puoi far altro che togliere le catene,

non puoi far altro che disegnare ali,

ali di libellula per volare lontano.

Questo é il mio Oblivion.

 

 

Libertango mi ricorda il tempo che passa,

l’orologio ed il suo assordante ticchettio,

tacchi di donna che corrono nel buio della notte,

gocce di pioggia sui vetri,

volo di gabbiani tra le onde,

il vento forte, inquietante, sferzante,

spade inferocite contro fantasmi inesistenti,

graffi profondi su cristalli interrotti,

un bacio rubato,

un disco incantato ,

lancette che scandiscono il tempo delle nostre vite.

E…tutto questo…rigorosamente dal vivo…

altrimenti…

tutto ciò

non

può accadere…

Feb 11, 2017 - musica    No Comments

Il Conforto

” L’abbraccio é il caldo conforto che rende i pensieri vivi “

IL CONFORTO

( Tiziano Ferro e Carmen Consoli )

Se questa città non dorme
Allora siamo in due

Per non farti scappare
Chiusi la porta e consegnai la chiave a te

Adesso sono certa della differenza tra
Prossimità e vicinanza

Eh, è il modo in cui ti muovi
In una tenda in questo mio deserto

Sarà che piove da luglio
Il mondo che esplode in pianto

Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto

Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E occhi bendati, su un cielo girato di spalle
La pazienza, casa nostra, il contatto, il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me

Se questa città confonde
Allora siete in due

Per non farmi scappare
Mi chiuse gli occhi e consegnò la chiave a te

Adesso sono certo
Della differenza tra distanza e lontananza

Sarà che piove da luglio
Il mondo che esplode in pianto

Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto

Per pesare il cuore con entrambe le mani
Ci vuole coraggio
E occhi bendati su un cielo girato di spalle
La pazienza a casa nostra il coraggio il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me

Sarà la pioggia d’estate
O Dio che ci guarda dall’alto
Sarà che non esci da mesi sei stanco
Hai finito e respiri soltanto

Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio
Quel conforto che

Ha a che fare con te
Quel conforto che ha a che fare con te
Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E tanto tanto troppo troppo troppo amore

Gen 31, 2017 - POESIA    No Comments

Il giorno più bello della storia – Gianni Rodari

Il giorno più bello della storia

S’io fossi un fornaio
Vorrei cuocere un pane
Così grande da sfamare
Tutta, tutta la gente
Che non ha da mangiare
Un pane più grande del sole
Dorato profumato
Come le viole
Un pane così
Verrebbero a mangiarlo
Dall’India e dal Chilì
I poveri, i bambini
i vecchietti e gli uccellini
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.

Gianni Rodari

Gen 27, 2017 - racconti    No Comments

FAVOLA – Racconto di Renzo Cigoi

IL TORRENTE IN PAESE

Ho letto questo racconto intenso di Renzo Cigoi e la mente é corsa veloce all’immagine dell’Olocausto,

i piccoli abeti strappati dalla nuda terra e destinati ad arredare le calde case borghesi,

accatastati sui grandi camion, i rami spezzati, gli aghi dispersi lungo la via,

mi riportano alla cattiveria umana, all’insensibilità dell’uomo verso la natura e verso gli altri uomini.

Un’appello:

lasciate gli abeti là dove devono stare,

lasciate la disumanità lontano dai vostri cuori.

Parole forti di Renzo Cigoi, immagini potenti di un grande scrittore

capace di suscitare emozioni forti e riflessioni costruttive.

Da leggere, assolutamente.

 

FAVOLA racconto pubblicato all’interno della raccolta “ Basso Continuo  ( e altri racconti ) “ di Renzo Cigoi

Edizioni Opposto 2013©. Tutti i diritti sono riservati.

 

Recensione di Federica Bignardi :

 http://www.leggeretutti.net/site/basso-continuo/

 

FAVOLA

Come é sempre stato, perché la Storia non ha mai insegnato nulla a nessuno, c’era una volta una fredda mattinata di metà dicembre. Nella grande radura, immersa fino a quel momento in un silenzio d’acquario, come una mandria di animali preistorici dalle fauci fumanti arrivarono gli autocarri. Ai margini dell’abetaia buia e profonda, tra l’abbondante Santoreggia e le gramigne alte e giallognole, sottili e appiattite sfumature di tenero verde brillavano pulsando sotto l’esile crosta di rugiada ghiacciata come schegge di smeraldo in un covone di fieno. Erano le foglie picciolate a rosetta e fiori in spighe verdognole della Piantaggine maggiore che, aderenti alla terra, cercavano un residuo tepore; vicino ad esse, da sembrare quasi pianticelle di fragola, stavano accartocciate quelle dell’Edera terrestre e, un po’ dappertutto, le foglie a lama seghettata del Tarassaco, o Dente di leone, o  la cicoria selvatica che d’estate produce quella simpatica margherita gialla simile al fiore dell’Arnica e poi i soffioni. Tra tutte quelle tonalità di possibili verdi, il più cupo, carico e opaco, da sembrare quasi di cartone, era il verde del Pungitopo, che con le sue bacche rosso fuoco a prova di qualsiasi freddo emergeva dal sottobosco come un segnale di pericolo. Equipaggiati come esploratori polari, gli uomini scesero dai camion inoltrandosi nel folto del bosco con le armi in pugno come una muta di cani all’inseguimento della selvaggina. Difatti, immediatamente si avverti nella foresta una specie di timido fruscio di creature in fuga; qualcosa d’impercettibile, però, che più che vedere s’intuiva: forse un soffio, un caldo brivido di pellicce e fiati ansimanti… Poi tutto si confuse nelle grida degli uomini scatenati e il rumore di cascata che produceva la bora tra i rami delle conifere: boato di uomini e cose che pareva un profondo lamento della Terra. Stanandoli uno a uno nella macchia, tra il brusio dondolante e malinconico dei più grandi, tristi, immobili e impotenti davanti a quella “strage di innocenti”, gli uomini cominciarono ad abbattere gli abetini la dov’erano più fitti. Le vittime erano giovani e ancora bassi, ma quasi tutti ben formati, con i finali tripartiti dei rami di un verde metallico fitti di lunghi aghi come la coda delle volpi argentate, eleganti e forti, pronti per affrontare l’inverno e il gran freddo dell’altipiano carsico. Agli occhi di chi non apparteneva alla loro specie, una particolare nota sembrava renderli del tutto uguali: piccoli e meno piccoli, tutti possedevano una bellezza stupenda e, nella loro fiera immobilità, avevano soprattutto un aspetto talmente nobile e orgoglioso da incutere quasi soggezione. Dalla cappa dell’infinito plumbeo comincio a scendere un pesante nevischio. L’abetaia si copri di un bianco sudario, ma ben presto divento fradicia e molle come una palude. I più grandicelli, appesantiti dalla neve bagnata, si piegavano sotto i colpi delle accette lasciandosi scivolare sfiniti lungo i rami del vicino con un rumore di corpo senza vita che cade nel fango. Gli uomini di Erode lavoravano sodo: allargandosi a ventaglio per compiere meglio la strage, come un uragano penetravano in ogni recesso della selva con un metodo collaudato da anni, che consisteva nel rastrellare il bosco stanando con sadica gioia i più piccoli. Questi si tenevano stretti uno attaccato all’altro quasi in una specie di muto terrore; e quando gli uomini ne trovavano uno particolarmente bello– la chioma folta con la punta regolare e diritta, le braccia aperte e simmetricamente tese dall’alto in basso, dalle più corte alle più lunghe, in modo da formare una verde piramide, – si chiamavano l’un l’altro; pero non perche incantati da quella magnificenza della natura, ma solo per commentare la cifra che sarebbe stata sborsata dai ricconi di città per un’esemplare del genere. Un gruppo di quattro o cinque battitori che lavoravano assieme disprezzavano quegli sciocchi commenti dei compagni meno esperti, in quanto per loro quel massacro non era un divertimento ma un lavoro serio, era il mestiere, il pane pagato a giornata e una preda valeva l’altra: i soldi li avrebbe fatti il padrone dei camion, non certo loro che abbattevano gli alberi! Importante era stanare i piccoli perche i più richiesti, e anche qualcuno un po’ più grande, magari violando la legge che gli proteggeva. Oppure, esauriti gli abeti di taglia bassa, tagliare le cime di quelli più alti, mutilandoli cosi di una regolare crescita, tanto non controllava mai nessuno! Ma bisognava stare molto attenti di non rovinarli troppo durante il taglio; per il resto si poteva picchiare e segare dove capitava… Il filo delle asce accuratamente affilato si abbassava con precisione – quasi in maniera indolore, si sarebbe potuto pensare, – su quelle verdi esistenze clorofilliane che cadevano senza un lamento o un qualsiasi suono percepibiledall’orecchio umano. Ed era proprio questo trascendente silenzio della vittima che aveva in se qualcosa di terrificante e di misteriosamente primordiale. Ma qualcosa di simile a una specie di muta ribellione doveva pur esserci in quella verde immobilità, se al momento di cadere sembrava che l’aureola luminosa, di cui quegli esseri erano soffusi quando dimoravano nella terra, degradasse in toni sempre più smorti e opachi, per poi sparire quasi del tutto: forse la loro voce era un ultrasuono, o il piccolo schianto di ossa spezzate, se poi quella particolare luce di esseri vivi svaniva nel buco nero dell’atmosfera del pianeta… Da quel momento, se apparentemente tra uno di quegli esseri che erano stati vivi e vegeti nel bosco e un’esatta copia di plastica non passava che una minima differenza, ad ampliare questo “minimo” era proprio quella luce aureolare svanita per sempre. Che pero gli “uomini di buona volontà” avrebbero cercato di rimpiazzare con quella elettrica, colorata e intermittente, stupidamente convinti che fosse migliore come tutte le loro trovate. La specie umana, in occasione dei suoi annuali ludi pseudo religiosi, perpetrava l’annientamento di quella specie vegetale ripetendolo regolarmente da tempo immemorabile. Per altre motivazioni o cause si sarebbe usata una parola diversa, più appropriata; ma le “motivazioni” o “cause” avrebbero dovuto toccare direttamente coloro che commettevano questi delitti contro la specie a cui appartenevano; allora lo avrebbero chiamato “genocidio”, “shoah”, o anche “olocausto”; parola in ogni caso sbagliata, perche nessun uomo, a parte Empedocle, si e mai dato in olocausto. La nostra specie sacrifica solo esseri innocenti. I deforestatori trasportarono quegli esseri bellissimi sugli autocarri – pero di una bellezza ormai imbalsamata, inerte al vento e alla neve, alla pioggia e al sole, che solo la fine di un ciclo vitale, la morte, e in grado di conferire, – accatastandoli uno a uno all’interno di quella specie di bara comune provvisoria in un groviglio di chiome, rami, aghi, cortecce ferite, tronchi scorticati e sanguinanti di dense, profumate resine, vivi solo in apparenza perche verdi. Dopo un viaggio di chilometri, arrivarono in città e li scaricarono su una stupenda piazza a selciato romano. La piazza aveva una grande fontana nel mezzo contornata di piccioni e due bellissime chiese, una delle quali con le cupole azzurre che si confondevano nel cielo come enormi nuvole primaverili sospese nel vento. L’altra esibiva un imponente pronao, sulla sommità del quale una fila di santi taumaturghi a grandezza naturale vegliava sul popolo sottostante. Arrivarono altri uomini che li allinearono sul selciato come giovani soldati morti, ma sul loro mantello il profumo della foresta e della terra del bosco non si sentiva piu: si erano portati dietro soltanto una lieve fragranza di resine, come l’odore del sangue di una mortale ferita; ma ben presto sarebbe svanita anche quella nell’aria satura di gas di benzina e zolfo. A ognuno venne inchiodata una croce ai piedi per farli stare diritti come quando erano nella foresta; a certi, prima  di metterli sopra la croce, gli segavano le braccia piu lunghe, che poi gli uomini accatastavano separatamente in un mucchio: quelle ramaglie servivano per confezionare dei manichini somiglianti ai cadaveri a cui le avevano strappate. Tutto quel lavorio veniva fatto con grande frenesia, poiche tra qualche giorno la gente sarebbe arrivata a frotte per comprare e caricare sul tetto dell’auto uno di quegli esseri in coma profondo, portarlo in una casa surriscaldata, vestirlo di elettricità e neve di plastica e poi collocarlo davanti al caminetto, ai piedi del quale era già allestito il Presepe con San Giuseppe, Maria e il bambino Gesù nella mangiatoia; una casa dove sarebbero morti disidratati e ustionati tra bottiglie di spumante e panettoni, brindisi, baruffe, pianti, rutti e sghignazzi, e a mezzanotte in punto soffocati da mille esplosioni e da un potente: Buon Natale!! urlato da tutti quegli infelici figli del consumismo senza pero comprenderne il significato… Dodici giorni dopo, i cassonetti dei rifiuti della città si sarebbero riempiti di centinaia di quelle secche spoglie, chefino al momento di quel blasfemo boato avevano sperato dipotersi risvegliare nel vento della foresta dov’erano nati.

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