Mar 6, 2018 - FILM    No Comments

IL FILO NASCOSTO

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La maestria di questo stupendo regista, regala ai nostri occhi e alla nostra anima

immagini di rara bellezza ed eleganza.

Ambienti, luci interne ed esterne, arredi,

oggetti e colori si muovono con delicatezza,

appaiono e scompaiono sinuosamente,

alla stregua di un boa piumato leggero e svolazzante.

Tutto é collegato, tutto si muove, seguendo il filo nascosto,

seguendo le personalità complesse e al contempo precise dei personaggi.

Ti innamori subito dell’affascinante sarto,

lo prenderesti subito a schiaffi ad ogni suo antipatico

atteggiamento,

lo baceresti subito nel mentre disegna il Tuo abito prezioso

e raro, ma soprattutto perché al suo interno é cucito il Tuo nome.

Il Tuo nome che, invano chiama il Suo.

Ed ecco che Amore, dona ad Alma,

la chiave.

La chiave per entrare nella serratura nascosta, protetta, misteriosa

di Reynolds e la determinazione unita alla tenacia di giovane innamorata

che persegue il Suo Amore.

E…non puoi che essere felice dentro di te…per loro e anche per te.

L’amore vince ogni cosa e trova le perle più nascoste all’interno delle ostriche più inafferabili.

Interpreti sublimi a cominciare da Lesley Manville, che meritava l’Oscar senza ombra di dubbio.

Che dire  di Mr. Daniel Day-Lewis?

Un perfetto Mr. Woodcock, negli sguardi, nei gesti,

nelle parole calcolate e non calcolate.

Un film da rivedere perché i particolari sono tanti e le emozioni pure.

Buona visione.

Feb 20, 2018 - opinioni    No Comments

Amore

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Amore, a volte, si prende gioco

di noi.

Vive,

ride,

gioisce,

canta

dentro di noi .

Ci rallegra,

ci entusiasma,

ci addolcisce,

ci addormenta serenamente.

Ci coccola,

ci illumina dentro e fuori,

E…

l’altra metà del vostro cielo ?

Che cosa prova?

Amore….

tace…

Feb 15, 2018 - libero scrivere    No Comments

Questa festa non é per te

” Se sei single perché dici di che non puoi rinunciare alla libertà, che nel tuo caso si vuol dire scoreggiare a tavola mentre mangi solo davanti alla Tv,

questa festa non è per te.

Se sei single perché nella tua vita ti sono capitati tutti stronzi che ti hanno abbandonata senza comprendere il tuo ricco universo interiore che capisce solo tua madre e la tua migliore amica (anche se lei si veste di merda e non ha le unghie belle come le tue),

questa festa non è per te.

Se sei sola perché i libri per te sono noiosi, certi film complicati ti stancano, le mostre non ti piacciono perché non capisci i quadri strani, e poi quando ti trovi a sostenere una conversazione che va più in là dei commenti sul culo di Orietta del Grande Fratello non riesci a far altro che sorridere annuendo,

questa festa non è per te.

Se alla tua età ascolti Laura Pausini, e ancora stai aspettando che torni Luca nonostante è alle medie che ti ha dato quel bacio e che poi si è sposato con la tua compagna di banco,

questa festa non è per te.

Se sei solo ma non capisci perché, visto che te quando ami una donna la riempi di attenzioni, sei sempre presente, la chiami ogni quindici minuti, le mandi sessantasette messaggi all’ora, segui tutti i suoi blog, la sua pagina Facebook mettendo mi piace su qualsiasi cosa, poi la vai a trovare quando esci da lavoro tutti i giorni alle sette, e poi il venerdì sera, il sabato notte, la domenica mattina, la passeggiata il pomeriggio, il filmetto dopo cena e non la lasci sola mai mai mai, ma proprio mai,

questa festa non è per te.

Se sei sposato da quattro anni e hai già cinque figli, uno per ogni momento di crisi del matrimonio,

questa festa non è per te.

Se dedichi al tuo partner meno attenzioni di quelle che dedichi al tuo cane,

questa festa non è per te.

Se convivi, o sei sposato e aspetti con ansia il giorno di San Valentino perché per lo meno il vostro compagno è costretto a uscire con te, e poi finite in un ristorante di periferia in silenzio, a fissare il piatto, con la rosa del venditore ambulante dentro la borsa,

questa festa non è per te.

Se hai meno di venti anni e speri che basti regalarle un Bacio Perugina affinché te la dia,

questa festa non è per te.

Se stai con qualcuno da un po’ e con il tempo ti sei abituata ad interpretare la relazione come una sorta di fabbrica da mandare avanti con il polso di un dittatore cileno,

questa festa non è per te.

Se stai con qualcuno da un po’ e ti sei trasformato in un budino capace solo di rotolare dal Pc alla Play e dalla Play alla Tv,

questa festa non è per te.

Se l’unico motivo per cui stai con il tuo compagno, è perché in fondo gli altri fanno pure più schifo di lui,

questa festa non è per te.

Se senti dentro di te il desiderio di essere legata e sodomizzata da quattro minatori ucraini, e la sera invece di ritrovi a rimestare una minestra con il dado Knorr falso del discount,

questa festa non è per te.

Se hai appena lasciato la tua compagna e tre figli perché hai perso la testa per la tua collega ventisettenne, e ti senti giovane solo perché sei riuscito a fare le stesse cazzate che farebbe un quindicenne,

questa festa non è per te.

Se passi il giorno a chattare con “toro36” e poi quando torni a casa ti lamenti che tuo marito non ti guarda più come prima,

questa festa non è per te.

Se hai ridotto la tua coppia nel posto migliore dove andare a dormire,

questa festa non è per te.

Se tu sai che lei sa che tu sai, ma andate avanti per il fantomatico bene dei bambini,

questa festa non è per te.

Se ti sei segnato a cinque tornei di calcetto, due di tennis, al corso di pilates, al corso di crittologia applicata, alla semestrale di retrospettive su registi coreani, solo per non dover stare più di venti minuti al giorno in casa,

questa festa non è per te.

Se sei convinta di amare il tuo uomo, nonostante non si veste come piace a te, non vuole figli e tu sì, tu preferisci il mare lui la montagna, lui è comunista tu leghista, lui ateo tu cattolico,

questa festa non è per te.

Se, invece, dopo tanto tempo ancora cerchi i suoi abbracci perché è l’unica cosa che ti fa sentire in qualche modo al sicuro, se sei consapevole dei tuoi limiti e di quelli della tua compagna e non fai niente per esasperarli, se credi che hai saputo coltivare la complicità nella tua coppia senza abbandonarla alle stagioni dell’umore, se hai saputo far diventare il tuo rapporto il posto dove alla fine ti diverti di più, se hai saputo perdonare guadagnandoti così il perdono, se non hai bisogno di idoli da adorare ma persone da stimare, se sei riuscito a conservare la formalità necessaria a non banalizzare la confidenza, se hai avuto la sagacia di aver scelto con cura con chi condividere la vita senza tener conto dei suggerimenti degli ormoni, se sei riuscito a capire che l’egoismo è una forma di ignoranza e la gelosia un altro modo di perdere tempo, se sei convinto che gli anni che avete passato insieme non li hai rubati alla tua vita, allora non hai bisogno di festeggiare San Valentino, perché l’amore non ha bisogno di essere raccontato.

E quindi, questa festa non è per te.”

Per gentile concessione del mio caro amico

 grafico e scrittore

Roberto Albini

Feb 10, 2018 - POESIA    No Comments

INCONTRO

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Cammino tra gli alberi spogli e l’erba
Secca.

Le foglie scricchiolano, l’aria
Taglia il viso.

A passo veloce rincorro
Pensieri vibranti, ti cerco con lo sguardo.
Tutti passano avvolti in cappotti, sciarpe e
Cappelli.

Una donna ride, il cane scodinzola
Il bambino corre. Un tram sfreccia veloce
Davanti a me.

Il luogo è giusto, l’ora anche,
i minuti passano ed il vento fischia.
Mi rifugio in galleria, le vetrine brillano,
dal caffè esce profumo di cioccolata.

Il mio cuore batte ed ora non sento freddo.

Un sorriso nasce dal profondo, eccoti, sei là
Stringi la tua giacca e ti sfreghi le mani,
alzi lo sguardo, mi vedi, ridi e mi saluti,
sei bello, dio come mi rendi felice.

Mi corri incontro e tutto si ferma.

La musica smette di suonare,
i colori sono sfumati,

i contorni perdono
spessore.

Ci siamo solo tu ed io, mi abbracci
forte, sento il tuo calore, le tue guance fredde.
Mi baci ed io sono sopraffatta da te,

tu parli, ridi
Ed io immobile sono rapita da te e dalla tua voce.
Non oso interrompere questo momento, non adesso

Perché ora i tuoi occhi finalmente sono dentro i miei.

® FB

La fantasia aiuta a sognare

e i sogni aiutano la realtà a divenire tale

Così é

se vi pare

Gen 27, 2018 - racconti    No Comments

FAVOLA – Racconto di Renzo Cigoi

IL TORRENTE IN PAESE

Ho letto questo racconto intenso di Renzo Cigoi e la mente é corsa veloce all’immagine dell’Olocausto,

i piccoli abeti strappati dalla nuda terra e destinati ad arredare le calde case borghesi,

accatastati sui grandi camion, i rami spezzati, gli aghi dispersi lungo la via,

mi riportano alla cattiveria umana, all’insensibilità dell’uomo verso la natura e verso gli altri uomini.

Un’appello:

lasciate gli abeti là dove devono stare,

lasciate la disumanità lontano dai vostri cuori.

Parole forti di Renzo Cigoi, immagini potenti di un grande scrittore

capace di suscitare emozioni forti e riflessioni costruttive.

Da leggere, assolutamente.

 

FAVOLA racconto pubblicato all’interno della raccolta “ Basso Continuo  ( e altri racconti ) “ di Renzo Cigoi

Edizioni Opposto 2013©. Tutti i diritti sono riservati.

 

Recensione di Federica Bignardi :

 http://www.leggeretutti.net/site/basso-continuo/

 

FAVOLA

Come é sempre stato, perché la Storia non ha mai insegnato nulla a nessuno, c’era una volta una fredda mattinata di metà dicembre. Nella grande radura, immersa fino a quel momento in un silenzio d’acquario, come una mandria di animali preistorici dalle fauci fumanti arrivarono gli autocarri. Ai margini dell’abetaia buia e profonda, tra l’abbondante Santoreggia e le gramigne alte e giallognole, sottili e appiattite sfumature di tenero verde brillavano pulsando sotto l’esile crosta di rugiada ghiacciata come schegge di smeraldo in un covone di fieno. Erano le foglie picciolate a rosetta e fiori in spighe verdognole della Piantaggine maggiore che, aderenti alla terra, cercavano un residuo tepore; vicino ad esse, da sembrare quasi pianticelle di fragola, stavano accartocciate quelle dell’Edera terrestre e, un po’ dappertutto, le foglie a lama seghettata del Tarassaco, o Dente di leone, o  la cicoria selvatica che d’estate produce quella simpatica margherita gialla simile al fiore dell’Arnica e poi i soffioni. Tra tutte quelle tonalità di possibili verdi, il più cupo, carico e opaco, da sembrare quasi di cartone, era il verde del Pungitopo, che con le sue bacche rosso fuoco a prova di qualsiasi freddo emergeva dal sottobosco come un segnale di pericolo. Equipaggiati come esploratori polari, gli uomini scesero dai camion inoltrandosi nel folto del bosco con le armi in pugno come una muta di cani all’inseguimento della selvaggina. Difatti, immediatamente si avverti nella foresta una specie di timido fruscio di creature in fuga; qualcosa d’impercettibile, però, che più che vedere s’intuiva: forse un soffio, un caldo brivido di pellicce e fiati ansimanti… Poi tutto si confuse nelle grida degli uomini scatenati e il rumore di cascata che produceva la bora tra i rami delle conifere: boato di uomini e cose che pareva un profondo lamento della Terra. Stanandoli uno a uno nella macchia, tra il brusio dondolante e malinconico dei più grandi, tristi, immobili e impotenti davanti a quella “strage di innocenti”, gli uomini cominciarono ad abbattere gli abetini la dov’erano più fitti. Le vittime erano giovani e ancora bassi, ma quasi tutti ben formati, con i finali tripartiti dei rami di un verde metallico fitti di lunghi aghi come la coda delle volpi argentate, eleganti e forti, pronti per affrontare l’inverno e il gran freddo dell’altipiano carsico. Agli occhi di chi non apparteneva alla loro specie, una particolare nota sembrava renderli del tutto uguali: piccoli e meno piccoli, tutti possedevano una bellezza stupenda e, nella loro fiera immobilità, avevano soprattutto un aspetto talmente nobile e orgoglioso da incutere quasi soggezione. Dalla cappa dell’infinito plumbeo comincio a scendere un pesante nevischio. L’abetaia si copri di un bianco sudario, ma ben presto divento fradicia e molle come una palude. I più grandicelli, appesantiti dalla neve bagnata, si piegavano sotto i colpi delle accette lasciandosi scivolare sfiniti lungo i rami del vicino con un rumore di corpo senza vita che cade nel fango. Gli uomini di Erode lavoravano sodo: allargandosi a ventaglio per compiere meglio la strage, come un uragano penetravano in ogni recesso della selva con un metodo collaudato da anni, che consisteva nel rastrellare il bosco stanando con sadica gioia i più piccoli. Questi si tenevano stretti uno attaccato all’altro quasi in una specie di muto terrore; e quando gli uomini ne trovavano uno particolarmente bello– la chioma folta con la punta regolare e diritta, le braccia aperte e simmetricamente tese dall’alto in basso, dalle più corte alle più lunghe, in modo da formare una verde piramide, – si chiamavano l’un l’altro; pero non perche incantati da quella magnificenza della natura, ma solo per commentare la cifra che sarebbe stata sborsata dai ricconi di città per un’esemplare del genere. Un gruppo di quattro o cinque battitori che lavoravano assieme disprezzavano quegli sciocchi commenti dei compagni meno esperti, in quanto per loro quel massacro non era un divertimento ma un lavoro serio, era il mestiere, il pane pagato a giornata e una preda valeva l’altra: i soldi li avrebbe fatti il padrone dei camion, non certo loro che abbattevano gli alberi! Importante era stanare i piccoli perche i più richiesti, e anche qualcuno un po’ più grande, magari violando la legge che gli proteggeva. Oppure, esauriti gli abeti di taglia bassa, tagliare le cime di quelli più alti, mutilandoli cosi di una regolare crescita, tanto non controllava mai nessuno! Ma bisognava stare molto attenti di non rovinarli troppo durante il taglio; per il resto si poteva picchiare e segare dove capitava… Il filo delle asce accuratamente affilato si abbassava con precisione – quasi in maniera indolore, si sarebbe potuto pensare, – su quelle verdi esistenze clorofilliane che cadevano senza un lamento o un qualsiasi suono percepibiledall’orecchio umano. Ed era proprio questo trascendente silenzio della vittima che aveva in se qualcosa di terrificante e di misteriosamente primordiale. Ma qualcosa di simile a una specie di muta ribellione doveva pur esserci in quella verde immobilità, se al momento di cadere sembrava che l’aureola luminosa, di cui quegli esseri erano soffusi quando dimoravano nella terra, degradasse in toni sempre più smorti e opachi, per poi sparire quasi del tutto: forse la loro voce era un ultrasuono, o il piccolo schianto di ossa spezzate, se poi quella particolare luce di esseri vivi svaniva nel buco nero dell’atmosfera del pianeta… Da quel momento, se apparentemente tra uno di quegli esseri che erano stati vivi e vegeti nel bosco e un’esatta copia di plastica non passava che una minima differenza, ad ampliare questo “minimo” era proprio quella luce aureolare svanita per sempre. Che pero gli “uomini di buona volontà” avrebbero cercato di rimpiazzare con quella elettrica, colorata e intermittente, stupidamente convinti che fosse migliore come tutte le loro trovate. La specie umana, in occasione dei suoi annuali ludi pseudo religiosi, perpetrava l’annientamento di quella specie vegetale ripetendolo regolarmente da tempo immemorabile. Per altre motivazioni o cause si sarebbe usata una parola diversa, più appropriata; ma le “motivazioni” o “cause” avrebbero dovuto toccare direttamente coloro che commettevano questi delitti contro la specie a cui appartenevano; allora lo avrebbero chiamato “genocidio”, “shoah”, o anche “olocausto”; parola in ogni caso sbagliata, perche nessun uomo, a parte Empedocle, si e mai dato in olocausto. La nostra specie sacrifica solo esseri innocenti. I deforestatori trasportarono quegli esseri bellissimi sugli autocarri – pero di una bellezza ormai imbalsamata, inerte al vento e alla neve, alla pioggia e al sole, che solo la fine di un ciclo vitale, la morte, e in grado di conferire, – accatastandoli uno a uno all’interno di quella specie di bara comune provvisoria in un groviglio di chiome, rami, aghi, cortecce ferite, tronchi scorticati e sanguinanti di dense, profumate resine, vivi solo in apparenza perche verdi. Dopo un viaggio di chilometri, arrivarono in città e li scaricarono su una stupenda piazza a selciato romano. La piazza aveva una grande fontana nel mezzo contornata di piccioni e due bellissime chiese, una delle quali con le cupole azzurre che si confondevano nel cielo come enormi nuvole primaverili sospese nel vento. L’altra esibiva un imponente pronao, sulla sommità del quale una fila di santi taumaturghi a grandezza naturale vegliava sul popolo sottostante. Arrivarono altri uomini che li allinearono sul selciato come giovani soldati morti, ma sul loro mantello il profumo della foresta e della terra del bosco non si sentiva piu: si erano portati dietro soltanto una lieve fragranza di resine, come l’odore del sangue di una mortale ferita; ma ben presto sarebbe svanita anche quella nell’aria satura di gas di benzina e zolfo. A ognuno venne inchiodata una croce ai piedi per farli stare diritti come quando erano nella foresta; a certi, prima  di metterli sopra la croce, gli segavano le braccia piu lunghe, che poi gli uomini accatastavano separatamente in un mucchio: quelle ramaglie servivano per confezionare dei manichini somiglianti ai cadaveri a cui le avevano strappate. Tutto quel lavorio veniva fatto con grande frenesia, poiche tra qualche giorno la gente sarebbe arrivata a frotte per comprare e caricare sul tetto dell’auto uno di quegli esseri in coma profondo, portarlo in una casa surriscaldata, vestirlo di elettricità e neve di plastica e poi collocarlo davanti al caminetto, ai piedi del quale era già allestito il Presepe con San Giuseppe, Maria e il bambino Gesù nella mangiatoia; una casa dove sarebbero morti disidratati e ustionati tra bottiglie di spumante e panettoni, brindisi, baruffe, pianti, rutti e sghignazzi, e a mezzanotte in punto soffocati da mille esplosioni e da un potente: Buon Natale!! urlato da tutti quegli infelici figli del consumismo senza pero comprenderne il significato… Dodici giorni dopo, i cassonetti dei rifiuti della città si sarebbero riempiti di centinaia di quelle secche spoglie, chefino al momento di quel blasfemo boato avevano sperato dipotersi risvegliare nel vento della foresta dov’erano nati.

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