basso-continuo

BASSO CONTINUO”  DI RENZO CIGOI

<<Renzo Cigoi, poeta e narratore, vincitore di prestigiosi premi di narrativa e di poesia italiani, è stato finalista al Premio Calvino con il suo romanzo inedito Biblion. Sue poesie e racconti sono stati tradotti e pubblicati in sloveno, romeno, russo e francese.

 

Basso continuo e altri racconti di Renzo Cigoi (Edizioni Opposto, Roma. € 14,00) www.opposto.net >>

Commento di Federica Bignardi

http://www.leggeretutti.net/site/basso-continuo/

Intervista con Renzo Cigoi

http://www.gliamantideilibri.it/archives/30423

 

 

PER NON DIMENTICARE QUEI GIORNI

 

PER RICORDARE CHI NON C’E’ PIU’

 

PER TRARRE INSEGNAMENTO DA CHI E’ SOPRAVISSUTO E NON SI LAMENTA MAI DI QUELLO CHE HA PERCHE’ HA PROVATO SU SE STESSO LA FAME E LA MISERIA

 

A VOI  LASCIO LE MIE IMPRESSIONI ACCORATE E SPONTANEE SCATURITE DOPO UNA LETTURA INTENSA E COMMOVENTE

 

 

 

 

Cara Olga, oggi 17 ore 7 fucilati innocenti.

La mia salma si trova di qua dal fiume della scuola dove sta Albegno.

Tu puoi prendere la mia salma anche a Mezzogiorno di oggi.

                                                 

                                                                          Vittorio Tassi “

 

Così esordisce il racconto “ I Perdenti “  di Renzo Cigoi, così leggono i miei occhi , così la mia mente rimane immobile, così il mio cuore si ferma per un attimo. Rileggo incredula.

Ciò che colpisce è la semplicità della morte, un evento scontato, un biglietto sgualcito nelle  mani di una donna che ritira il corpo del marito come un pacco postale. Il “cara” a sottolineare un legame affettivo che sarà interrotto da lì a poco. 7 Innocenti muoiono oggi, la guerra se li porta via come foglie secche sul fiume della Patria, della Nazione, della Vittoria. Rigagnoli rosso sangue ridono di giovani invaghiti dall’ideale, spronati dalla sete di Gloria, annebbiati dall’oppio dell’ipocrisia aristocratica. Si beffano di uomini maturi che imbracciano un fucile, camminano nel fango e ogni tanto sentono “ Splash! Splash! I corpi dei propri compagni cadere nel fiume” …”Era come essere in un macello asiatico dove gli animali appena scannati respiravano ancora…”  . Crude immagini di “ Basso Continuo” immortalano disperate carcasse umane mandate a morire come mosche sullo sterco ancora caldo della Russia lontana, senza motivazione, senza ordini precisi, senza ideologia. Triestini, sloveni, ucraini uniti dall’ “unico desidero sincero  di appoggiare quella rivoluzione perché era fatta di gente che moriva di fame e non aveva ancora maturato nessuna chiara presa di coscienza ideologica : chi aveva mai sentito parlare di Lenin o Marx!”  L’assurda, inconcepibile miseria dell’uomo che esorcizza la morte con la guerra come facevano gli antichi con i sacrifici umani agli dei per allontanare questa inevitabile ed invincibile paura.  Per respirare questo fetore bisogna attraversare le “grise”: tra lame di roccia tagliente come coltelli, si cammina sopra un cimitero, distesa di tombe al cielo aperto, esposte come in un museo della morte, dove ci sono tutte le facce di coloro che sono morti qui lungo i secoli: tratti e profili di ogni etnia e popoli del pianeta scolpiti dal vento e dalla pioggia…sono le voragini delle foibe: fosse comuni senza lapidi né nomi…”

Sento le ossa scricchiolare sotto di me, sento il rumore del dolore mescolarsi a quello del vento freddo. La montagna della morte grida silenziosa contro un cielo azzurro e lo maledice per la sua bellezza. Può l’uomo concepire una tale distruzione? Può l’uomo distruggere se stesso e i suoi simili con tale semplicità ? Sì, può. Racconti snocciolati davanti ad un bicchierino, tra fumo di sigaro ed una mano di carte.  Visi scolpiti nella pietra della dura verità.

Divise malconce impiastricciate di brodaglia penzolano dai rami sempreverdi dell’idiozia umana. Avventori, turisti,, passanti osservano distratti massi grigiastri di solitudine e disperazione. Un uomo solo si ferma immobile e guarda un crepaccio, il ricordo di quel giorno lo attanaglia: “ In quel momento mi sono sentito invadere da una fredda angoscia, avevo capito che quella era una madre che aveva supplicato per la vita dei figli mentre l’umanità che le stava intorno era improvvisamente ritornata prigioniera delle antiche epoche oscure.”

Il Carso ingoia tutto, corpi, ricordi, rimorsi e nostalgie. E’ là e ci rammenta che “ i ricordi sono fatali ed è legittimo pensare che nessuno, dopo aver lacerato con la memoria il proprio Sé possa illudersi di sperare nel paradiso “La semplicità delle espressioni contrasta con una sana consapevole filosofia di pensiero, purezze di idee raccontante da personaggi semplici, comuni, a volte rozzi che attraversano le pagine di questa preziosa raccolta di memorie. Struggenti descrizioni della natura addolciscono i tratti crudi e violenti della narrazione, quasi a scusarsi, quasi a compensare il dolore di certe parole, di certe immagini inquietanti, nubi soffici e legno caldo, note delicate tra fiumi di porpora: “ Fuori, sul limitare del bosco di querce, tra i rami spogli degli alberi contro un cielo di pesca sanguigna, l’occhio felino della luna al suo primo quarto spiava un cane che abbaiava lontano…”.Sono piccoli quadretti appesi ai muri della malinconia e all’amore verso la natura violenta di quei luoghi. La pietà non esiste e lo scrittore lo sa e ce lo ricorda con il racconto a me più caro. “” Favola”. Una stupenda metafora dell’olocausto e dei genocidi in genere. I corpi dei piccoli abeti nella macchia boscosa vengono trucidati brutalmente da asce affilate. Ciuffi verdi e sorridenti strappati violentemente dalla madre Terra come radici secche. Forti tronchi estirpati frettolosamente vanno a riempire camion carichi di rami, aghi, creature morenti accatastate una ad una in una specie di bara comune”…solo una lieve fragranza di resina come l’odore del sangue di una mortale ferita…” restituiva loro un minimo di dignità. L’ultimo atto prima di venire impalati in piazze adornate a festa, prima di essere rinchiusi in case calde e soffocanti per il sorriso prepotente di bambini capricciosi e l’aria compiaciuta di padri indifferenti al valore di questi nobili esseri eterni.

Al cadere dei primi aghi, un viaggio verso il cassonetto, l’odore disgustoso delle immondizie ricopre definitivamente l’aroma essiccato. Rami a bruciare nei camini, mentre il fumo sale e fiocchi biancastri dipingono il cielo. Tu piccolo abete volevi risvegliarti sereno nella tua foresta ed invece vaghi senza meta trasportato via dal vento della violenza umana.

 

 

Federica Bignardi

 

 

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” San Martino del Carso “

Giuseppe Ungaretti

Di queste case

non è rimasto che

qualche brandello di muro

Di tanti che mi corrispondevano

non è rimasto neppure tanto

Ma nel cuore nessuna croce manca

È il mio cuore il paese più straziato

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la grande guerra

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Foglie nere

anime senza nome

arbusti ignari

decapitati dall’ottusità umana

dalla falce sudicia del potere.

Lasciate i vostri resti vissuti

ai vostri nipoti,  pronipoti,

a noi,

sconosciuti visitatori, inadeguati,

a calpestare quel pavimento,

inopportuni a guardare le vostre

scarpe vuote,

le carte da gioco sbadite,

i taccuini sporchi del vostro

dolore.

Invadenti nell’ascoltare le vostre lettere,

le voci lontane dei cannoni,

le parole delle vostre canzoni.

La memoria ed il ricordo

di voi, testimoniano la vostra

presenza.

Ognuno la onora a modo proprio.

Questo é il mio.

https://www.youtube.com/watch?v=U_nMkudCudM&list=PL1A464610DE57BB4A&index=5

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” Walzing Matilda”

“…..Then in 1915, my country said, “Son,
It’s time you stop ramblin’, there’s work to be done.”
So they gave me a tin hat, and they gave me a gun,
And they marched me away to the war.
And the band played “Waltzing Matilda,

…..And how well I remember that terrible day,
How our blood stained the sand and the water;
And of how in that hell that they call Suvla Bay
We were butchered like lambs at the slaughter.”

“Waltzing Matilda” (“Matilda balla il valzer”) è una canzone popolare cantata dalle truppe australiane mandate al massacro a Gallipoli, in Turchia, durante la prima guerra mondiale

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” A un compagno “

di Corrado Alvaro

(San Luca in Calabria, 15 aprile 1895 – Roma, 11 giugno 1956)

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma

che io sia morto solo.

Dille che il suo figliolo

più grande, è morto con tanta

carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

non vorranno sapere

se sono morto da forte.

Vorranno sapere se la morte

sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte

è stata bruciata là dove

mi baciavano, e che fu lieve

il colpo, che mi parve fosse

il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto

tanto prima di partire,

che non c’era segreto sconosciuto

che mi restasse a scoprire;

che avevo bevuto, bevuto

tanta acqua limpida, tanta,

e che avevo mangiato con letizia,

che andavo incontro al mio fato

quasi a cogliere una primizia

per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole

pel campo, e tanto grano

che mi pareva il mio piano;

che c’era tante cicale

che cantavano; e a mezzo giorno

pareva che noi stessimo a falciare,

con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte

è passato un gran carro

tutto quanto per me;

che un uomo, alzando il mio forte

petto, avea detto: Non c’è

uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta

tanta carne di madri in compagnia

sotto un bosco d’ulivi

che non intristiscono mai;

che c’è vicina una via

ove passano i vivi

cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggerà.

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Gaetano Previati-

Gli orrori della guerra,

L’esodo-1917-

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Clemente Rèbora
(da Le poesie 1913 – 1957)
” Voce di vedetta morta “
C’è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni,
tu, uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte, dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla del mondo
redimerà ciò che è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita

più tardi, o giammai

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Otto Dix

Cadavere sul filo spinato

Fiandre-1924-

acquaforte

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Gli spettri del Podgora

Terza battaglia dell’Isonzo

Francesco Bucci racconta bombardamenti, orrori, combattimenti, feriti, assalti, morti a Monte Podgora (GO) il 17 ottobre 1915

Lettere e appunti rielaborati in una memoria: così Francesco Bucci racconta la Terza Battaglia dell’Isonzo, combattuta al fianco di molti commilitoni caduti sulle pendici del Monte Podgora, di fronte a Gorizia.

17 Ottobre 1915 – Carissimo padre, da questa lettera in poi e se avrò, come spero sempre, la fortuna di mandarvene altre, assistetemi costantemente notte e giorno col vostro pensiero e col vostro cuore. Anch’io non mi stancherò mai di pensare a voi tutti massimamente, nei momenti difficili. Spero che capirete tutto. Io non posso dirvi altro.

31 Ottobre 1915 – Carissimo padre, qui si lotta da leoni, le difficoltà sono molte; speriamo, anzi noi abbiamo fede di superarle. Noi dobbiamo vincere a tutti i costi. Il 2° Fanteria ha già sostenuto la prima cruenta lotta invano: già arrivano i feriti indietro e lo spettacolo è raccapricciante: uno di essi, ferito alla testa, accompagnato a braccietto da due portaferiti piange e vuol tornare indietro: è diventato pazzo. Un capitano, nostro conoscente, torna indietro piangendo e ci parla di un reparto distrutto, in una trinceretta da esso conquistata e poi fata saltare in aria, perché minata in precedenza dal nemico.

1 Novembre 1915 – Ed ora è la volta nostra.
[…]
Siamo nei ricoveri a ridosso delle trincee. La fanghiglia vi abbonda: camminiamo su strati di coperte da campo e mantelline disseminate per terra, fradice e da esse esala un puzzo di fermentazione. L’ordine di attacco non tarda a farci fuori da queste caverne dell’epoca dell’uomo primitivo. Usciamo dalle trincee avanzate allo sbocco di un breve camminamento costruito al di là di esse.
[…]

Facciamo una diecina di metri in sù e siamo in terreno neutro fra le nostre e le trincee nemiche. Ci ammassiamo in un breve tratto i 3 battaglioni, come branchi di pecore. Ma la spia del Sabotino ci scopre, tuona il cannone e ben presto un diluvio di proiettili ci flagella. E’ indietro il mio Maggiore Valentinis, pallido in preda alla convulsione! Quale doccia fredda, quale previsione di funeste conseguenze per noi: queste sue gravi parole, che mai ho sentito dalla bocca di tale valoroso ufficiale, “Ritiratevi, ragazzi, ritiratevi” . Rimango muto, non credo a me stesso, mi par di sognare!… “Come, il maggiore ci dice di ritiraci, prevede di certo un disastro; deve saper qualche cosa che noi ignoriamo, e dunque cosa facciamo?” Il mio Capitano Molendi è in preda ad una depressione di animo fortissima e non sa prendere una decisione, non parla, è pallido in volto. E il trombettiere di dietro suona disperatamente l’Avanti di continuo e noi stiamo là stesi per terra e il nemico continua la sua azione disgregatrice nelle nostre fila. Arriva la sera. L’aria è pungente, pioviggina. Stiamo ammassati in breve spazio l’uno sull’altro: non c’è pollice di terra dove non vi sia un soldato. L’uniforme ammasso di carne fa da buon bersaglio al nemico! Rabbrividisco a dirlo! Al disotto di me, nella tera fangosa, sporge il sedere di un morto del 2° Fanteria di una diecina di giorni prima: il resto del corpo è sepolto. Alla mia destra, ho il collega, sottotenente Scotti, toscano. L’aria è pestilenziale, c’è nell’atmosfera un odore forte di carne putrefatta. Durante il giorno i cucinieri ci portano la carne a lesso in sacchetti e delle arance; ma la carne avvicinata alla bocca fa l’impressione che sia imputridita. Prendiamo solo qualche arancia, per bagnarci la gola riarsa. Signori, così passiamo il 1° novembre, giorno della festa di tutti i Santi. Domani è la commemorazione dei morti, chissà chi di noi sarà commemorato!… Passiamo una notte d’inferno: la più terribile per me finora. Racchiusi nel breve spazio siamo costretti a star rannicchiati nella terra. La medesima posizione che ci obbliga a tener le gambe ritirate ci causa dei crampi fortissimi ogni tanto agli arti inferiori, per cui siamo costretti di tanto in tanto, al di fuori della nostra volontà a distenderci simultaneamente e violentemente le estremità del nostro corpo, con conseguenti fortissimi colpi di tacchi ferrati ai compagni di dietro. “Scotti” dico spesso al mio collega “fammi il piacere scostati un po’: sono stanco a star sempre così!. L’amico comprende, ma non può. Alla sua destra ha un altro soldato, per cui non può muoversi e poi l’equipaggiamento glielo impedisce; pur tuttavia adagio, adagio scambia il posto alla baionetta, alla borraccia, alla maschera antigas, alle giberne, al tascapane e piano piano riesce a voltarsi. Ah! E mando un respirone di sollievo: parmi di rivivere e mi volto a destra, rotolandomi nel fango”. Ma la medesima posizione prolungata stanca anche il mio amico che non tarda a pregarmi: “Bucci, fammi il piacere, girati un po’ tu a sinistra”. Così passiamo l’intera notte… qualche colpo di fucile, qualche raffica di mitragliatrice, qualche lampo e tuono improvviso dei proiettili dal Sabotino: la pioggia sottile, gelida, penetrante corona la triste scena.
[…]

L’alba ci fa rivedere l’enorme branco di pecore infangate che noi formiamo: a poca distanza da me, due soldati accovacciati sembra che stiano conversando ancora, poggiati l’un l’altro: ma la morte nella notte ha troncato il loro dialogo ed essi ora son lì, trafitti dall’istesso piombo, da un’istessa arma.
[…]

Passiamo ancora tutto il giorno così in quella fangaia, siam tutt’uno con la terra: noi non siamo più uomini, ma siamo i bruchi più umili, i più abietti che la gleba rinserra! Le nostre vesti, il nostro equipaggiamento sono un ammasso di fango: ugualmente i nostri fucili, arrugginiti, impiastrati, non funzionano più; per tirare qualche colpo bisogna battere l’otturatore con la vanghetta; guardiamo nel viso i compagni: sembrano spettri; essi guardano noi; sembriamo spettri a loro.
[…]

Nel meriggio giunge l’ordine di attaccare: si preparano i primi plotoni; io mi sposto e col mio attendente stiamo rannicchiati in una buca di granata.

Ma il Sabotino, come sempre, spia scruta, segue i nostri movimenti e un diluvio di proiettili si abbatte ancora su di noi, come una bufera infernale. I colpi battono il terreno palmo a palmo.

Ci guardiamo in faccia io e l’ordinanza. “Oggi” dico, “non vedremo la sera. Come possiamo salvarci? Ma la serenità nell’anima mia; il quadro della famiglia è nella mia visione; forse l’ombra e lo spirito di mamma mia, morta, sono al mio fianco e mi proteggono. La furia delle granate imperversa, l’atmosfera è pervasa da una fitta nebbia di fumo, l’aria è pestilenziale eppure in questo inferno, rimaniamo miracolosamente illesi. Ecco i primi reparti che avanzano in catena.

E’ la magnifica Compagnia del baldo Capitano Lomanto. Costui mi aveva detto il giorno avanti: “Ho un brutto presentimento, che io domani debba morire”

I suoi fieri soldati sembrano che a nozze vadano e non a morte! Sfilano muti, in perfetto ordine, come in una piazza d’armi i fantaccini che idolatrano il loro ventiduenne Comandante.

Mi affascina l’audacia e la serenità con cui il mio intimo amico va verso la morte: Mi alzo e la seguo. “Lomando, vengo anch’io”.

Proseguiamo uniti a braccetto, occupiamo una trinceretta avanzata nemica: vi sostiamo pochi istanti: non ci separa che una piccola valletta dalla linea principale avversaria. Ma ecco che il Capitano balza fuori sul piano della scarpata: ha la pistola in pugno, i neri suoi occhi scintillano come stelle. “Avanti la mia 1° Compagnia” è più non dice. Cade fulminato dal piombo nemico e batte la nuca per terra. Volteggia poche volte le pupille senza sguardo.

L’olocausto è compiuto!

Lomanto è morto….

La sua bell’anima raggiunge la gloria del Cielo!…

La sfiducia ci assale, ci assale lo sconforto. Racimoliamo parti della Compagnia e la riconduco indietro, mentre un’altra parte vien fatta prigioniera.

Davanti a  noi l’ammasso informe dell’intero Reggimento si leva e batte in ritirata anch’esso.

Mi volto indietro: 3 austriaci avvolti nei loro lunghi pastrani bigi assistono meravigliati, estatici, a questa turba che rinuncia alla vittoria.

Tace ormai il Sabotino, sazio di tanto sangue italiano; ma all’improvviso cento bocche da fuoco della nostra artiglieria tuonano all’istante ad un unico cenno e battono furiosamente la zona mentre tra le due linee di trincee, per impedire agli austriaci di sferrare un eventuale contrattacco. Cadono i nostri fulminati dal medesimo nostro tiro: il momento è critico, il macello cresce.

Raggiungiamo la nostra linea. Il Colonnello è in preda ad un pianto irrefrenabile. Gli diciamo che avvisi l’artiglieria perché allunghi il tiro ed egli segnala personalmente con una pistola Very, ma invano. A sera, quando tutti han battuto in ritirata si sentono ancora per l’atmosfera ammorbata ripetutamente gli urli di “Savoia” E’ il Tenente Destino rimasto su col suo plotone che si lusinga ancora di conquistare il Podgora alla baionetta; finché è ferito e torna indietro come un fiero leone battuto.

Il Colonnello intanto chiama il Maggiore Valentinis (comandante I° battaglione, 1° fanteria, n.d.r.) e gli dice: “Lei mi deve salvare la situazione. Si rechi con un reparto a riconquistare il Fortino”. Le ombre della sera scendono su di noi. Il cielo apre le sue cateratte ed un temporale di pioggia ricolma i camminamenti e le trincee: i lampi rompono sinistramente l’oscurità sopravvenuta, tuoni e scoppi di proiettili lacerano l’aria. I feriti gridano aiuto, ma nessuno può andarli a prendere. Passo così la notte nella trincea: ho sperduto l’attendente. Ho a fianco pochi soldati e sono sicuro che tutti i reparti occupino la linea. Uno di questi trema dal freddo, si lagna e i suoi gomiti battono alle mie reni, gli domando chi sia, ma non mi risponde, ne ho compassione e lo ricopro con la mia mantella fradicia di acqua e fango. L’alba rischiara la posizione. Guardo a desta e a sinistra: nessuno! Rabbrividisco e tremo al pensare di aver passata una notte quasi solo in trincea.
Mi avvio giù verso i ricoveri. Si sta facendo l’appello e già mi portano per morto. Non ci reggiamo in piedi, sembriamo dei cadaveri e dei folli. I reparti sono assottigliati. Bilancio della giornata: mancano del nostro Reggimento 800 tra morti e feriti!…

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Giuseppe Daniele, nato a Cherasco, classe 1887, contadino

Ma poi è venuta la guerra, io ero di terza categoria come capofamiglia. Hanno perduto ‘1 Ludin, una montagna, forse era del 1916, allora ci hanno richiamati anche noi di terza e siamo andati a riprendere quella montagna, ‘l Ludin. Poi al Crestarossa, altra montagna del Veneto, altra battaglia. Poi l’Ortigara, nel Trentino, ah matot…‘, non so come sono riuscito a togliermela, a mucchi i morti, hanno cominciato a salire in mattinata da Bassano i tedeschi e ci hanno preso su un fianco, ne hanno fatto una strage.
Che cosa pensavamo noi di quella guerra? Non avevamo nessuna voglia di farla, per forza andare. A noi non interessava la guerra, noi eravamo poveri diavoli, a noi non conveniva. Interessava a qualcuno per farsi i soldi, ma non a noi. « Andiamo là a perdere tempo e ancora a farci ammazzare», ecco che cosa ci dicevamo.
E’ sull’Ortigara che ho visto la guerra piú brutta. Là i colpi di mortaio cadevano e facevano tremare la terra. Una notte siamo usciti dalla trincea, ero con la 15° compagnia del battaglione Borgo San Dalmazzo. Abbiamo raggiunto una valletta che era piena di morti. Abbiamo costruito una lunga morena con i morti, abbiamo tolto i morti e ci siamo ammucchiati al loro posto. Poi al mattino, alle sette, arriva l’ordine di partire all’assalto. «Fuori», grida il capitano. «Prima esce lei, poi usciamo noi», gli dicono i soldati. Le mitraglie dei tedeschi sparavano a gran forza raso terra. Esce il capitano, esce la prima ondata di alpini, e muoiono tutti. Io ho tardato un attimo: «Se ho da morire muoio qui», mi sono detto. Poi la nostra artiglieria ha cominciato a bombardarci, e anche i tedeschi hanno preso a bombardarci. I nostri ci bombardavano per farci uscire dalla trincea, per spingerci all’assalto. Neh che guerra falsa! In quel batibói (scompiglio) ne sono morti migliaia e migliaia. Mah! Quante volte mi sono nascosto sotto i morti per ripararmi dalle schegge degli shrapnel!
Com’erano i nostri ufficiali? Ce n’erano dei buoni e dei cattivi. I cattivi ogni tanto li trasferivano di reparto perché se no i soldati li ammazzavano. Il soldato stava sempre zitto, ma l’ufficiale cattivo aveva paura di essere ammazzato. Non ci siamo mai ribellati, non eravamo mica capaci di ribellarci. Non avevamo nemmeno piú fame in trincea, tanta era la paura, tante erano le sofferenze. Avevamo sempre tanta sete. Oh, dell’Ortigara mi ricordo sempre.
Poi una volta sono andato avanti con trenta esploratori, c’era stato un combattimento e ne avevo visti a cadere tanti, a cadere giú come le mosche. Siamo finiti in una buca, gli austriaci ci hanno accerchiati, allora abbiamo alzato un fazzoletto, siamo caduti prigionieri. Anche gli altri della mia compagnia sono caduti prigionieri.
1 primi giorni siamo vissuti con un mestolo di brodaglia. Poi in treno ci hanno portati in Ungheria. Rape alla mattina e alla sera, nient’altro. Piú niente pancia avevamo, ne sono morti tanti dei nostri, tutte le mattine erano trenta o cinquanta i nostri morti: tanti morivano senza male, come un pollastrino quando ha la malattia. Facevamo cuocere le bucce delle patate, delle rape. Io vivevo a cicoria. Mi dicevo: «Cosí non posso piú andare avanti».
Un giorno arriva l’ordine: «Chi vuole andare in Galizia? Occorrono sessanta uomini a lavorare in una fattoria di millecinquecento giornate». Allora mi sono trascinato in fila. L’indomani siamo saliti sul treno, un giorno e una notte, siamo arrivati a Leopoli, vicino alla Russia. Lí sono andato un’altra volta a chiedere la carità, l’avevo chiesta da piccolo la carità e l’ho chiesta da alto, andavo a bussare alle porte delle case, mi dicevano: «Ceta, ceta, aspetta, aspetta», mi davano una fetta di pane nero o una patata.
Una volta ho imbattuto in una casa dove c’era un medico, mi ha dato una bella pagnotta di pane bianco, mi ricordo, l’ho baciata quella pagnotta prima di mangiarla. Mi dicevo: «Oh, ‘sta volta mi riprendo un po ». L’ho mangiata, non mi ha nemmeno toccato le budella tanto ero vuoto. « Se veniste in due a segare la nostra legna … » mi ha detto il medico. « Sí sí, io chiamo un mio compagno». Alla sera siamo andati là a segare la legna, un’ora e mezza, e finito il lavoro ci ha dato una buona minestra di orzo. E dopo la minestra una bella e buona polenta. Noi mangiavamo tutto. Allora ci ha fatto preparare ancora una purea di patate. Iste, non riuscivamo piú a tirare il fiato. Cristolu, avremmo mangiato fino a scoppiare.
L’indomani siamo andati a lavorare per la prima volta alla fattoria. Là c’erano delle pentole di patate bollite, e noi giú a mangiare. Un mio amico aveva già la pancia gonfia, e io a dirgli: «Stai attento che crepi». E’ rimasto lí con una patata in bocca, morto, si sono strappate le budella, le nostre budella erano fini, sottili, patite.
Nella fattoria piano piano mi sono ripreso con le forze, ero contento, mi sentivo rivivere. Poi è finita la guerra e il padrone della fattoria voleva che restassimo là: «No io non ci sto in questi paesi, a mangiare patate e cavoli». Ah, era brava gente, contadini, bravi sicuro. Mi ricordo sempre, una volta ero seduto lungo una strada e mangiavo una patata, è passata una donna, mi ha guardato, e si èmessa a piangere. Eh, era piú duro fare della fame che fare la guerra! Tra i prigionieri i piú smilzi resistevano, ma i piú grossi si sgonfiavano e morivano tutti.
Quando sono tornato a casa ho trovato la solita miseria: ero pulito, a zero. Gli altri si erano fatti i soldi e noi a zero. Mia madre ormai era sola, era vissuta di stenti, aveva tirato avanti con il mio piccolo sussidio, l’avevano truffata col sussidio. La «Combattenti» era d’accordo con il Distretto, avevano rubato cinquanta lire a mia madre, a ogni madre di soldato avevano rubato cinquanta lire, l’ho proprio constatato io quando sono tornato dalla guerra, e le ho pretese quelle cinquanta lire. Cbe fregun… .
Ho subito ripreso a fare il manovale nelle cascine a una lira al giorno. All’estate andavo col ferro a tagliare il grano, le giornate erano lunghe, due lire al giorno, con due lire si comprava giusto una camicia. Lavorando guadagnavo i soldi per comprare la crusca per i maiali, e mantenevo mia madre. Poi sono riuscito a comprare una vacca, poi un’altra, ho affittato un po’ di terra, cudíu la lervaia (rispettavo la briciola).

Nel 1924 mi sono sposato e ho avuto quattro figli.

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4 NOVEMBRE 2015

Celebrazione del Giorno dell'Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate

 

” Per non dimenticare

i caduti

i loro corpi martoriati,

la fame,

la sofferenza,

la malattia,

lo strazio delle carne

le lesioni dell’anima

i tormenti della mente.

Si cammina in silenzio,

si porta rispetto,

si dona un pensiero,

un fiore,

una lacrima,

una parte di noi

una parte di loro,

passato, presente, futuro.

Grazie Milite ignoto,

grazie, Uomo. “

DA:  IL POST

Il 4 novembre in Italia è una festa, anche se si va a lavorare lo stesso, e non è un giorno segnato in rosso nel calendario: è la festa dell’unità nazionale e delle forze armate, un tempo molto sentita e oggi meno nota e ricordata. II 4 novembre è l’anniversario dell’entrata in vigore del cosiddetto armistizio di Villa Giusti del 1918, col quale si fa coincidere convenzionalmente in Italia la fine della Prima guerra mondiale. L’accordo fu firmato a Padova il giorno prima, il 3 novembre 1918, dall’Impero austro-ungarico e l’Italia, che era alleata con la Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia). Le trattative per l’armistizio erano cominciate il 29 ottobre, durante la battaglia di Vittorio Veneto: l’ultimo scontro armato tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico.

Il generale Armando Diaz, comandante delle forze armate italiane, comunicò la vittoria e la fine della Guerra con un bollettino: «La guerra contro l’Austria-Ungheria che l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. […] I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza». L’armistizio non fu però un successo per l’Italia. Sebbene gli accordi iniziali prevedessero per l’Italia l’annessione di Trentino, Tirolo meridionale, Venezia Giulia, l’intera penisola istriana (esclusa Fiume), una parte della Dalmazia, alcune isole dell’Adriatico, le città albanesi di Valona e Saseno e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso, le nazioni della Triplice Intesa decisero di non concedere all’Italia tutti i territori promessi: è la ragione per cui Gabriele D’Annunzio parlò notoriamente di “vittoria mutilata“.

L’Italia – che prima di entrare in guerra era considerata vicina ad Austria e Germania e poi si dichiarò neutrale – si vide riconoscere il Trentino, l’Alto Adige, l’Istria e Trieste, ma non la Dalmazia e la Libia. In ogni caso, il 4 novembre si celebrano per questo la giornata dell’unità nazionale (per l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia: non va confusa con l’anniversario dell’unità d’Italia) e la giornata delle forze armate, poiché quei giorni del 1918 vennero dedicati alle onoranze funebri – in Italia e in Europa – per commemorare i soldati morti in guerra. Quest’anno, tra l’altro, è stata variamente celebrata in tutto il mondo la ricorrenza dei cent’anni dall’inizio della Prima guerra mondiale.

La festività del 4 novembre è stata istituita nel 1919 ed è durata fino al 1976: è l’unica festa nazionale che sia stata celebrata dall’Italia prima, durante e dopo il fascismo. Dal 1977, dopo una riforma del calendario volta ad aumentare i giorni lavorativi, si cominciò a festeggiare la giornata dell’unità nazionale e delle forze armate nella prima domenica di novembre. Negli anni Ottanta e Novanta l’importanza della festa diminuì progressivamente, rispetto agli anni precedenti Sessanta e Settanta in cui era oggetto di discussioni, polemiche e lotte politiche.

Come ogni anno, il 4 novembre il presidente della Repubblica e le altre alte cariche dello Stato visitano la tomba del Milite Ignoto, che ricorda tutti i soldati morti in guerra e mai identificati, all’Altare della Patria di Roma. Il presidente Giorgio Napolitano ha diffuso una dichiarazione: «Questa mattina, in raccoglimento ai piedi del sacello del Milite Ignoto, renderò omaggio ai caduti di tutte le guerre e a coloro che, in questi anni, hanno perso la vita per la sicurezza e la pace. In un mondo che manifesta tensioni e instabilità crescenti, si vanno affermando nuove e più aggressive forme di estremismo e di fanatismo che rischiano di investire anche l’Europa, e l’Italia in particolare, infiltrandone gradualmente le società. È una minaccia reale, anche militare, che, insieme all’Unione Europea e alla Nato, dobbiamo essere pronti a prevenire e contrastare»

” La grande guerra “….grande solo per il numero dei morti – Ricordiamo quel periodo..c’erano i nostri bisnonni e i nostri nonni…non é poi così lontano..ultima modifica: 2015-05-26T12:48:01+00:00da cigno39